“C'è un dolore immenso che mi pervade tutti i giorni nel momento in cui osservo Matteo spogliarsi e lavarsi. Ogni sua cicatrice è una ferita nel mio animo, è un film che

Matteo

albero scorre davanti ai miei occhi, ripristinando intense tutte le emozioni terribili vissute allora. Ma insieme al dolore, sgorga dalle mie labbra, inarrestabile e continuo, un grazie, grazie, grazie…”
 

 

Questo è un passo tratto dal libro “ Il miracolo di Padre Pio” scritto da Maria Lucia Ippolito, la protagonista della storia di oggi, la protagonista di una storia vera, reale ma che racconteremo attraverso l’inspiegabilealbero, attraverso un miracolo…Si perché Maria Lucia è la mamma di Matteo, il bambino che, otto anni fa, è stato colpito da una meningite batterica fulminante, così oltraggiosa da provocargli la comparsa di 180 piaghe sul corpo, oggi i segni, le cicatrici, appena percettibili, di una malattia scomparsa nel mistero divino. Matteo è ,infatti, guarito per miracolo, è stato guarito attraverso il tocco celestiale operato da Padre Pio…

Maria Lucia Ippolito è una donna di 48 anni che vive a San Giovanni Rotondo proprio il paese che ospitò il santo di Pietralcina. Nata a Foggia il 16 marzo del 1960 dall’unione di Matteo (ottant’anni), e Consiglia (settantaquattrenne), cresce in un ambiente familiare amorevole e sereno, una famiglia, come lei stessa definisce, stupenda, in cui l’ affetto poteva avvertirsi in ogni istante della vita di tutti i giorni. Non è figlia unica, Maria Lucia ha due fratelli minori, a cui tutt’ora è legatissima: Nicola che oggi è un medico di 41 anni e Giovanni, di anni 38, oggi psicologo della Polizia di Stato.

Una buona e bella famiglia è un grande dono di Dio. Non passa giorno che non lo ringrazi per avermi dato la famiglia in cui sono cresciuta. So che sui miei genitori, sui miei fratelli, posso contare in qualsiasi momento. Ho un rapporto bellissimo con loro e anche se ognuno ha la propria vita, nel momento del bisogno ci si ritrova tutti quanti assieme come una grande squadra”.

Mamma Consiglia e papà Matteo sono due genitori modello, di un’onestà impeccabile, affettuosi e dediti ai buoni principi religiosi quali il senso della fede e della provvidenza: un’educazione religiosa che, mai sfociata nell’esagerazione, faceva soprattutto riferimento alla componente fondamentale della parola di Dio: l’amore e il rispetto del prossimo.

Mio padre era un avvocato e lavorava come dirigente alle poste, mentre mia madre era un’insegnate (ora sono entrambi pensionati). Nonostante la situazione agiata della famiglia, i miei genitori si sono impegnati a farci crescere con grande senso del sacrificio, ci hanno sempre insegnato a rimboccarci le maniche…Sono stati -e sono- due genitori meravigliosi. Si amano molto; mio padre con i suoi ottant’anni accudisce quotidianamente mia madre, oggi molto malata, e per quanto doloroso… è bellissimo vedere con quale amore e dedizione, lui le sta dietro ”.

Maria Lucia ricorda un’ infanzia ed un’ adolescenza spensierate. E’ molto brava a scuola, non solo per indole talentuosa nei confronti dello studio ma anche perché , come lei stessa afferma: “ Mia madre e mio padre mi hanno trasmesso l’amore per la cultura; ritenevano che essere colti significasse avere indipendenza e potenza di mente...Sono sempre stata molto portata per lo studio, amavo studiare ma il periodo in cui ho spiccato di più è stato durante gli anni del liceo classico, ero una vera e propria secchiona. Passavo molto tempo sui libri ma avevo comunque una vita sociale. Nonostante fossi la prima figlia femmina, i miei genitori hanno sempre dimostrato una mentalità molto aperta: potevo uscire con le amiche, andare alle feste...Ero una ragazza tranquilla che amava divertirsi in modo sano, una vera e propria sostenitrice della normalità”.

Nel 1978 Maria Lucia termina a pieni voti gli studi liceali e decide d’iscriversi alla facoltà di medicina dell’università di Napoli. L’amore per lo studio e i ventisette esami brillantemente superati, non riescono però a convincerla che, una carriera da medico, sia la strada della sua vita…“ E’ stato doloroso realizzare che quella non era la mia strada. Me ne sono accorta tardi è vero! Ma non me la sentivo! L’opera del medico è una vera e propria vocazione ed io avevo capito di non averla. C’è voluto del tempo, prima che scoprissi quale fosse la mia strada… Dopo aver lasciato l’università (1987), infatti, conseguii un diploma di “dietista” ma poi negli anni a seguire scoprii- per puro caso- che la mia passione era l’insegnamento. Oggi infatti sono una professoressa di “tecnica della moda e progettazione abiti” in un istituto professionale di un paese vicino San Giovanni Rotondo”..

Gli anni dell’università riescono comunque a rimanere un periodo fortemente impresso nella vita di Maria Lucia perché la facoltà di medicina segna una tappa fondamentale nel destino della nostra protagonista. Proprio in quegli anni, infatti, incontra il suo vero primo e unico grande amore, colui che oggi è suo marito, il dott. Antonio Colella. “Sembrerà strano ma il primo amore è stato proprio mio marito, prima ci sono stati solo sporadici episodi di tipico platonismo e cotte adolescenziali, nessun vero e proprio fidanzato. Ricordo benissimo il giorno in cui ci siamo incontrati per la prima volta, avevo 24 anni ed era il 17 settembre 1984”. Maria Lucia è all’interno di un’aula della facoltà, sta attendendo l’inizio della lezione, quando Antonio, un giovane medico di 27 anni, assistente del docente di cattedra, le porge il foglio su cui mettere la firma di presenza. Il ragazzo rimane così colpito da lei che attende la fine della lezione per poterle rivolgerle la parola, riuscendo così, tra un colloquio “universitario” e l’altro, ad ottenere il suo numero di telefono.

“ Mi chiamò quella sera stessa e dopo dieci giorni uscimmo assieme per il nostro primo appuntamento. Per lui sono stata un vero colpo di fulmine, appena mi ha visto si è detto: “ Questa ragazza io me la sposo”…

Tra Maria Lucia e Antonio inizia una bellissima storia d’amore, un sentimento che cresce sempre più forte nella scoperta di ogni giorno. Antonio è un ragazzo semplice, pieno di volontà ed ambizioni, un ragazzo con senso di responsabilità e sacrificio, cresciuto all’interno di una modesta famiglia originaria di un paesino in provincia di Avellino. E’ stata proprio questa semplicità e spontaneità d’animo a far innamorare Maria Lucia. In lui vedeva una persona sincera con cui essere felice.

Nel 1986 Antonio ottiene una buona proposta di lavoro nell’ospedale di San Giovanni Rotondo, il paese di Padre Pio poco distante dalla città natale della sua fidanzata. E proprio in occasione di questa svolta professionale, Maria Lucia decide di seguire il suo fidanzato e tornare dai suoi genitori a Foggia, con il proposito di recarsi a Napoli solamente per sostenere gli esami in facoltà.

Maria Lucia ricorda molto serenamente i due anni con Antonio che precedono il matrimonio, celebrato a San Giovanni Rotondo il 23 aprile 1987.

Prima di sposarci siamo stati assieme poco più di due anni. Sono stati anni sereni , parlavamo tanto, ma soprattutto ci divertivamo moltissimo, da soli e in compagnia dei nostri amici. Quei due anni sono volati…Abbiamo celebrato il nostro matrimonio nella chiesa di Padre Pio (Santa Maria delle Grazie), era il mio sogno, così come lo è stato il giorno in cui io e Antonio ci siamo sposati, un giorno bellissimo! Amavo e amo mio marito ed ero felice di poter condividere quella gioia con i parenti, e con tanti amici cari”.

Inizia così una nuova e bella vita. Maria Lucia lascia la facoltà di medicina e comincia a studiare per diventare dietista (lasciata l’università nel 1987, Maria Lucia consegue nel 1988 il diploma di dietista, ma non esercitò mai quella professione) mentre Antonio avanza brillantemente nella sua carriera all’interno dell’ ospedale di Padre Pio. Sono innamorati l’uno dell’altro anche se caratterialmente hanno delle differenze molto particolari ma -come ci racconta la protagonista- proprio queste piccole diversità costituiscono il loro punto di forza.

Abbiamo due caratteri diversi, io più iperattiva, aperta ed esplosiva, lui più chiuso, più tradizionalista, questo però è nulla in confronto all’amore – tutt’ora profondo- che ci unisce.”

Appena sposati, i due ragazzi prendono in affitto una piccola casa in paese, la stessa che accoglie i frutti del loro amore. Il 26 ottobre del 1988 nasce, infatti, Alessandro, seguito dal fratellino Matteo Pio, venuto al mondo il 4 dicembre 1992. Diventati genitori, i due vedono realizzarsi i loro progetti ed affrontano serenamente la vita di una famiglia appena nata, con le normali difficoltà iniziali ma con tanta voglia di essere felici. Qualche tempo dopo la nascita di Matteo, Maria Lucia scopre la sua vera strada professionale, cominciando, in qualità di supplente, ad insegnare “tecnica della moda e progettazione abiti” presso vari istituti superiori della regione (Maria Lucia è divenuta professoressa di ruolo nel 2001).

Il tempo passa e nel suo scorrere man mano disegna il ritratto di una famiglia normale, felice. Maria Lucia ed Antonio sono due genitori che da subito manifestano grande amore e dedizione nei confronti dei loro bambini, i quali crescono sani, sereni e affettuosi l’uno con l’altro: si abbracciano, si baciano e, com’è normale, non disdegnano ogni tanto di farsi qualche dispetto.

“Alessandro e Matteo sono stati due fratellini sempre molto uniti, si vogliono davvero bene. Non ci hanno mai dato problemi, solari socievoli e intelligenti, erano il ritratto della felicità. Io e mio marito viviamo per i nostri figli, proprio perché pensiamo che la gioia dei figli è il vero motivo per cui valga la pena vivere. Ho sempre cercato d’infondergli i valori attraverso i quali sono cresciuta io: il rispetto, la forza della preghiera ma soprattutto, gli ho insegnato a ringraziare il Signore per ogni cosa…Poi ovviamente, vivendo in questo paese, portavo i miei bambini a messa nella chiesa di Padre Pio, gli parlavo di lui, ma mai più del dovuto…Comunque fino a quel 20 gennaio di otto anni fa, tutto scorreva perfetto e in assoluta tranquillità, senza alcuna scossa insomma. Ci fu però un episodio che si verificò nel dicembre del 1999, circa un mese prima della malattia di Matteo, un episodio che mi scosse moltissimo e solo in seguito potei capire…”

Matteo ha appena compiuto sette anni e una sera di dicembre (1999), com’è sempre stata consuetudine, mamma Maria Lucia invita i suoi bambini a scrivere la letterina per Babbo Natale. Ad una normale richiesta di doni da parte di Alessandro, Matteo ne fa seguire un’altra del tutto particolare e sbalorditiva.

“ Mamma, mi disse, quest’anno per Natale voglio conoscere Gesù, ma quello vero però!

Le sue parole mi lasciarono di sasso, non ritenevo fosse possibile che un bambino così piccolo potesse avanzare una richiesta del genere. Cercai di non fargli notare la perplessità, e gli dissi semplicemente che Gesù, quello vero, lo avrebbe conosciuto fra più di cent’anni…Lui non prestò attenzione alle mie parole e cominciò a gironzolare per casa cantilenando…Voglio conoscere Gesù, voglio conoscere Gesù. La cosa non finì quella sera. Qualche giorno dopo, lo scrisse perfino in un tema che la maestra aveva assegnato in classe, in occasione dell’arrivo del Natale. Col senno di poi, ho capito il reale significato di questo aneddoto: Matteo nel giro di un mese avrebbe conosciuto realmente Gesù, attraverso la sua sofferenza, come se qualcuno gli avesse messo nel cuore questa sua voglia. Circa un mese dopo quest’episodio, Matteo si ammalò molto gravemente”.

E’ il 20 gennaio 2000. “L’alba è la stessa del giorno prima“, ma il tramonto fu uno shock…

Sono quasi le sette del mattino, il piccolo Matteo si sveglia e, dopo averlo vestito, mamma Maria Lucia gli prepara la colazione. “ Quella mattina non c’è stato alcun segno di preoccupazione, nessun sintomo, era solo un po’ più lento del solito nel prepararsi, nel mangiare. Stringendosi la testa fra i pugni, mi disse di non sentirsi bene, ma io non gli ho dato peso, pensavo ad un atteggiamento dovuto alla stanchezza, alla pigrizia di un bambino che non vuole alzarsi per andare a scuola…Verso le 8 lo portai, come di routine, da una signora che quotidianamente ci faceva la gentilezza di accompagnarlo a scuola…Lo salutai con un bacio e poi gli feci dire la nostra preghierina quotidiana.”

La mattinata sembra quindi procedere tranquillamente, uguale a tutte le altre, ma verso le dieci, una telefonata al cellulare della mamma del piccolo, rompe quell’apparente clima di tranquillità. Maria Lucia risponde al telefono, ignara del dramma che, da lì a qualche ora, avrebbe segnato per sempre la sua vita.

Al telefono era la maestra di mio figlio, era preoccupatissima. Mi disse che aveva visto il bambino accasciarsi sul banco , pochi istanti, per poi riprendersi ed iniziare a tremare. A quelle parole trasalii di spavento, subito mi ha pervaso un senso di angoscia, come un sesto senso di mamma che mi aveva portato a presagire qualcosa di grave. Quelle parole…”Matteo si è accasciato sul banco!” mi fecero paura! Immediatamente ho cercato di avvertire mio marito in ambulatorio e dopo esserci riuscita, entrambi preoccupatissimi , siamo corsi a scuola per prendere Matteo”.

Portato di corsa a casa, il bambino manifesta i normali sintomi di una brutta influenza. Alle 10 e 30 circa, la febbre è alle stelle (40 gradi), ma nel giro di due ore, grazie a semplici antipiretici, la temperatura corporea di Matteo si abbassa.

“La sintomatologia era quella di una classica influenza. Io in quel tempo non ero ancora insegnate di ruolo e quindi tutti i pomeriggi frequentavo a Foggia il corso di abilitazione…Avendo visto i miglioramenti di Matteo, mio marito mi esortò ad andare a Foggia per il corso, al bambino avrebbe pensato lui…”.

In serata la situazione comincia a precipitare. Sono circa le 19, Matteo ha la febbre altissima e nel giro di poco tempo cade in preda ad uno stato delirante. Il papà Antonio, spaventato dallo stato di shock in cui si trova il figlio, avverte immediatamente Maria Lucia che ricevuta la notizia corre subito a casa.

“ Alle otto e mezzo arrivai a casa, e vidi mio figlio con gli occhi persi nel vuoto tanto da non riconoscermi. Delirava, diceva di sentire il suo corpo leggero, era convinto di volare. Mi avvicinai per dargli un bacio sul collo quando improvvisamente mi accorsi che erano comparse delle macchie violacee sul corpo. Lì ho temuto il peggio perché quella è la tipica manifestazione della CID (coagulazione intravasale disseminata), una malattia gravissima dove il sangue, a causa di una reazione batterica, non riesce ad ossigenare i tessuti portando alla morte gli organi vitali”.

Preso in braccio Matteo e lasciato Alessandro da un amico di famiglia, i due genitori, in preda al panico, corrono al pronto soccorso. Il bambino varca la soglia dell’ospedale con un codice rosso e i medici, vedendo la gravità della situazione, non fanno altro che abbassare lo sguardo di fronte alla disperazione del loro collega e di sua moglie. La situazione è già gravissima.

“ Appena entrati nel pronto soccorso, tutti i medici, sbalorditi, riconobbero Matteo e soprattutto mio marito. E’ stata un pugnalata al cuore vedere lo sconforto sul loro volto mentre poggiavano mio figlio sulla barella: abbassavano gli occhi, non avevano il coraggio di guardarci…”

 Matteo viene portato di corsa in pediatria, seguito dal padre, Maria Lucia, invece, si ferma in accettazione per lasciare le generalità di suo figlio. “In quel momento provai una sensazione bruttissima: ero convinta che, nel giro di poco, avrei lasciato anche i dati del suo decesso. Sentivo che mio figlio stava morendo.”

Terminata l’accettazione, Maria Lucia raggiunge Matteo in pediatria. Nel reparto c’è subbuglio, un’agitazione generale così tangibile che inevitabilmente porta i due poveri genitori a pensare al peggio.

Il primo esame a cui viene sottoposto Matteo è una puntura lombare che rivela subito una diagnosi spietata: Meningite batterica fulminante“ La meningite era violentissima. La forte componente batterica aveva generato la CID e intanto le macchie sul corpo di Matteo stavano diventando vere e proprie piaghe in necrosi. Ad un certo punto i medici mi spingono fuori dalla saletta, ma improvvisamente Matteo ebbe un istante di lucidità e chiamò suo padre:Papà! – gli disse- ho sete! E subito dopo, con un filo di voce, pronunciò una frase stranissima: Papà, quando divento grande voglio essere ricco, per dare tutto ai poveri…Uscii con quella frase nelle orecchie e scoppiai a piangere, ero convinta che non l’avrei più rivisto. Chiamai i miei fratelli, Giovanni e Nicola, e in preda alla disperazione totale, gli dissi di venire al più presto perché Matteo stava morendo. Mio fratello Nicola, il medico, ci raggiunse immediatamente mentre Giovanni, essendo a Caserta per lavoro, arrivò il mattino dopo”.

Dopo un’ ora, Matteo esce dalla saletta della pediatria per essere velocemente trasportato in sala rianimazione dove gli viene indotto il coma farmacologico. Per Maria Lucia quella è stata la notte più lunga della sua vita. “ Fu una notte tremenda.. Io, mio marito e mio fratello non facevamo altro che piangere. Fin da subito ho iniziato a pregare moltissimo. Mio marito, sentendomi, mi disse: tu preghi, preghi, ma forse non te ne rendi conto. Io invece avevo capito tutto, la preghiera era la nostra ancora di salvezza. In quel momento ho visto la mia vita finire. Io volevo lavorare, volevo una famiglia da accudire ma in una circostanza del genere ti rendi conto che nulla ha più senso. Tutto diventa nero ed era atroce il pensiero di dover seppellire mio figlio. Avevo un suo giubbino tra le mani, non facevo altro che stringerlo forte a me, in quel momento era l’unica cosa che avevo”.

La nottata scorre lenta e quasi immobile, attraverso ore dense di sconforto e disperazione, ma il vero e proprio dramma avviene il mattino seguente. Quel 21 gennaio la famiglia Colella non lo dimenticherà mai...Sono circa le sette del mattino e Matteo si aggrava. Addirittura nove, sono gli organi compromessi. Nel piccolo si registrano le funzioni vitali di un corpo che sta per cedere alla morte: insufficienza renale, acidosi sanguigna e blocchi respiratori in seguito ai quali viene tracheostomizzato. Ma non è tutto. Alle nove e mezzo di quella stessa mattina il suo cuore va quasi in arresto cardiaco al punto che l’iniezione di una forte dose di adrenalina sembra non sortire alcun effetto. Dopo un vero e proprio accanimento terapeutico, i medici non lasciano speranze: il bambino avrebbe avuto poche ore di vita.

Ci fu il panico vero. Ad un certo punto captai una frase che diceva...e’ morto, è morto...Non ci stavo capendo nulla, ero totalmente nel pallone ma quando una dottoressa mi si avvicinò e mi disse: coraggio, pensa all’altro figlio! Allora realizzai. E’ finita! - ho pensato- il bambino non c’è più! Invece dopo circa mezz’ora ci dissero, stupiti, che il cuore di Matteo aveva ripreso lentamente a battere ma con molta probabilità, questo arresto cardiaco avrebbe provocato seri danni al cervello. Quando ho sentito così, mi sono messa le mani nei capelli e mi sono detta: Signore, se tu vuoi, puoi!”.

La sera, i fratelli reputano giusto portare Maria Lucia a casa per farla riposare ma non appena rientrata, vedendo la cartella e gli occhialini verdi di Matteo sulla scrivania, scoppia in una violenta crisi di pianto.

“ Ho preso la sua cartella e dentro c’era ancora il panino col salame che avrebbe dovuto mangiare durante la ricreazione. Sono crollata, tutto il mondo continuava a girare ma Matteo non era lì con me, mi sembrava così assurdo che anche un panino stesse sopravvivendo mentre mio figlio poteva morire da un momento all’altro. Dopo quella sera, stetti il meno possibile in ospedale, non potevo farcela; al contrario di mio marito che durante quei giorni non si mosse neanche un istante dalla rianimazione, io mi sono completamente immersa nella preghiera, passando intere giornate nella chiesa di Padre Pio. A tutti coloro che venivano a darmi conforto, non facevo altro che ripetere: pregate, pregate per salvare mio figlio! Ho indotto tante persone che non pregavano da tempo a farlo... Padre Pio diceva sempre che la preghiera è la debolezza di Dio e l’onnipotenza dell’uomo” .

Maria Lucia trascorre così questi giorni nel conforto della preghiera e i frati, capendo il suo dolore di mamma , non solo facevano rivolgere ai pellegrini numerose preghiere per la salvezza del bambino, ma le consentono persino di unirsi assieme a loro nelle orazioni serali davanti la tomba del Santo di Pietralcina.

“ Non volevo mai tornare a casa, sarei rimasta lì giorno e notte: non riuscivo a dormire, ero terrorizzata che all’improvviso arrivasse la telefonata fatale, quella che mi avrebbe comunicato la morte di Matteo. Inoltre in casa c’era anche Alessandro -che all’epoca aveva undici anni- e non oso immaginare quanto per lui sia stato doloroso vedermi piangere ogni sera, tanto che una volta mi si avvicinò dicendomi:mamma se piangi non hai fede, tu mi hai insegnato ad averla, non devi disperarti...”

Proprio durante una di quelle sere di pianto e sconforto, si verifica qualcosa di molto strano, preludio di un fatto straordinario che stava per accadere...Maria Lucia, sedendosi sul letto, prende dal comodino un epistolario di Padre Pio e, aperta una pagina a caso, ciò che legge la induce realmente a sperare in un gesto divino. “La frase diceva: abbiamo strappato Giovina alle forze della morte con le preghiere ( Giovina era la sorella di una delle figlie spirituali di Padre Pio che egli stesso, negli anni 20, aveva salvato attraverso la sua preghiera). Quell’indizio fu per me un gran motivo di speranza, come se Padre Pio mi esortasse nel continuare ad avere fiducia nella preghiera. Ma a quest’episodio ne segue un altro ancor più “anomalo”...

Il 26 di gennaio io mi trovavo a pregare davanti la Croce dove Padre Pio ricevette le stimmate e dissi al Signore... mio figlio è tuo e sia fatta la tua volontà ma dammi un segno se devo continuare a sperare. Scendendo le scale davanti al crocefisso, ho sentito il profumo di Padre Pio, era indescrivibile, simile ad un miscuglio di fiori...Quell’odore è stato infatti il segno del giorno dopo, perché il 27 gennaio la tac fatta al cervello di Matteo risultò perfettamente nella norma, suscitando un clamoroso stupore tra i medici. A quella notizia riuscii di nuovo a sorridere, sentii che il Signore poteva cambiare ancor più le cose”.

...E le cose cambiano realmente. E’ la mattina del 31 gennaio, sono le undici e Maria Lucia è da poco tornata a casa, quando improvvisamente riceve una telefonata. E’ Antonio che le dice di sbrigarsi perché Matteo si è svegliato!

Il tragitto in macchina da casa in ospedale fu terribile. Se da una parte ero felicissima dall’altra avevo paura di non trovare più il bambino che avevo lasciato”.

Matteo contrariamente alle preoccupazioni generali si sveglia lucidissimo, seppur sofferente per la febbre ancora alta e il dolore acuto provocatogli dalle numerosissime piaghe su tutto il corpo. Appena apre gli occhi la prima cosa che dice, con un filo di voce è : “ Perché sono qui? Cosa ho fatto di male? Per la sua concezione del tempo era come se avesse dormito una notte e improvvisamente svegliatosi, si fosse trovato sofferente e immobile in un letto che non era il suo.

“ Riusciva a parlare a male pena per via della tracheotomia, mi fece cenno di togliermi la mascherina e poi mi chiese un ghiacciolo alla coca cola, il suo preferito. Dopo qualche istante, invece, ha cominciato ad aprire e chiudere la mano destra, ripetendo a bassissima voce: Voglio Padre Pio, voglio Padre Pio. Io rimasi scossa dalla sua richiesta, non riuscii a capire e avendo con me due piccole reliquie, gliele misi nella manina e si calmò”.

Quel giorno i medici, seppur stupiti per un risveglio così lucido del bambino, erano molto preoccupati che i suoi organi potessero funzionare soltanto attraverso le macchine, avevano paura che Matteo nonostante avesse riacquisito discretamente le sue capacità cognitive, potesse sopravvivere soltanto grazie ai macchinari. Per loro era inevitabile soprassedere al fatto che fino a pochi giorni prima, gli organi vitali del piccolo erano praticamente fuori uso e le sue condizioni di vita appese ad un filo trasparente. Ma a partire da quel famoso 31 gennaio del 2000, nei primi giorni che seguono, accade qualcosa di straordinario perché gli organi di Matteo riprendono perfettamente a funzionare come se nulla fosse mai successo. C’è clamore, c’è stupore, c’è commozione. Il fenomeno è sorprendente perché le speranze di sopravvivenza erano pari a zero ed inoltre –nel caso remoto di guarigione- i medici davano per certi i gravi danni cerebrali e renali. Facile da immaginare, ma difficile da descrivere, la gioia dei due genitori che, fino a pochi giorni prima, credevano di aver perso il loro bambino.

“ Sin da subito io avevo capito, che qualcosa di “strano” era accaduto. Il 2 febbraio mio fratello portò al bambino dei doni di carnevale e quando uscì dal box della rianimazione mi disse che Matteo aveva blaterato qualcosa riguardo ad un vecchio con la barba bianca. Io entrai e Matteo, sempre parlando con un filino di voce, mi disse che mentre dormiva non era stato solo, ma che con lui c’era un vecchio con la barba bianca e un vestito marrone, che le teneva la mano, la stessa che lui, nella confusione del risveglio, apriva e chiudeva. Io tenevo tra le mani un immagine di Padre Pio, Matteo la vide e mi disse: mamma è lui il vecchio…”

Nonostante il racconto ancora confuso del figlio, Maria Lucia capisce immediatamente la natura straordinaria dell’improvviso e inspiegabile miglioramento ma per il momento, preferisce tacere, temendo che l’avessero presa per pazza.

Vedevo, in continuazione, entrare ed uscire dalla sala rianimazione i medici che scuotendo la testa, dicevano: Non è possibile!..Erano sconvolti dalla ripresa di tutte le funzionalità vitali di Matteo ed io più di loro. Ero commossa, ero ansiosa e facevo continuamente domande. Rivolgendomi ad uno dei dottori dissi: io credo che sia accaduto un miracolo…E lui, con espressione rassegnata, mi rispose: Signora, lo pensiamo anche noi”

Il 6 febbraio, proprio per valutare una completa ripresa delle qualità intellettive del bambino, i medici introducono per la prima volta nella storia della medicina, la Play Station nella sala rianimazione.

“ La ripresa di Matteo fu velocissima, giocava perfettamente lucido ai suoi videogame preferiti nelle diverse abilità e livelli di gioco e dopo avergli staccato, gradualmente, uno dopo l’altro, i macchinari che lo avevano tenuto in vita, il 12 febbraio venne spostato dalla rianimazione al reparto di pediatria. Quel giorno mi tranquillizzai moltissimo. Solo in quel momento capii che Matteo era fuori pericolo. Certo, soffriva ancora molto per le piaghe sul corpo. Sulle gambe ne aveva così tante che un dottore mi disse: Sulle sue gambe probabilmente non cresceranno mai i peli , ma in quel momento non me ne importò nulla, ormai l’avevo di nuovo con me. Matteo aveva sentito quello che stavamo dicendo e timidamente si tirò su le lenzuola come per vergogna”.

La notizia dell’ evento eccezionale, ormai, aveva cominciato a diffondersi sempre di più per poi giungere inevitabilmente al vicepostulatore della causa di canonizzazione di Padre Pio. Quest’ultimo invia subito il dott. Pietro Gerardo Violi ad indagare sull’accaduto. Le considerazioni del medico, non lasciano dubbi: non risulta che nella letteratura medica internazionale ci sia alcun sopravvissuto affetto da tale patologia come quella del piccolo Matteo Colella – si legge sul rapporto del dott. Violi- Insomma non viene descritta alcuna sopravvivenza, infatti in tal caso la mortalità è del cento per cento”…

Il miracolo è avvenuto davvero!

All’interno del reparto di pediatria, Matteo riacquista, man mano, energie e salute, migliorando in maniera veloce, strabiliante e una volta tolto il respiratore dalla gola, riesce finalmente a tirare fuori la voce per poter iniziare il racconto di un “sogno” fuori dal normale:

“ Mio figlio mi lasciò senza parole… Mi disse che in un primo momento si vide sdoppiato, osservava se stesso sdraiato sul letto con Padre Pio alla sua destra che gli teneva la mano, dicendogli che presto sarebbe guarito. Sulla sinistra invece c’erano tre angeli: uno al centro vestito di rosso con le ali bianche, gli altri due ai lati, vestiti di bianco con le ali gialle; tutti e tre erano impossibili da guardare in volto poiché emanavano una luce fortissima. Poi mi disse che ad un certo punto Padre Pio l’ha fatto alzare ed assieme hanno lasciato l’ospedale passando per le pareti per arrivare in volo fino a Roma. Lì, secondo il racconto di Matteo, si sarebbero fermati in un parco giochi dove fecero un giro sul “ trenino della miniera”, poi lasciata la giostra sono entrati in una stanzetta d’ ospedale attraverso una finestra chiusa: in questa stanza c’era un bambino che mio figlio descrisse come “rigido, rigido”; Padre Pio l’ha guardato e rivolgendosi a Matteo gli chiese se avesse voluto guarirlo lui…Mio figlio, in sogno, addirittura gli chiese: e come si fa? Alla sua domanda Padre Pio rispose che bastava semplicemente volerlo, e imposte le mani sopra il corpicino, improvvisamente, questo bambino si sollevò. Subito dopo, Matteo si è svegliato.

Io mi trovai sconcertata, era impossibile che un bambino di sette anni raccontasse una cosa simile con tanta lucidità, non sapevo che dire. Alcuni giorni dopo, però, ricordai che il parco giochi descritto da Matteo era il luna park dell’ eur, dove lui era realmente stato nel maggio dell’anno precedente(1999) in compagnia dello zio…”

Arriviamo così al 26 febbraio. E’ un giorno importante, un giorno speciale perché Matteo, ormai in ottima fase di guarigione, torna a casa.

“ Quella è stata una gioia grande, quando portai a casa mio figlio ho avuto la sensazione di averlo partorito di nuovo, per me è come se fosse morto per poi essere rinato; infatti quando mi raccontò del suo sogno con Padre Pio, lui mi disse di essersi visto vestito di bianco, e chiedendogli spiegazioni al riguardo mi disse: Mamma ero vestito di bianco, perché ero morto ed ero un angelo…”

Matteo, nonostante il forte dolore procuratogli dalle circa 180 piaghe ancora fresche, comincia man mano a ristabilirsi, e dopo pochi mesi di riabilitazione motoria, ad aprile è già a scuola, accolto e festeggiato dalla maestra e dai suoi compagni.

Il tempo continua a scorrere e nel cuore della famiglia, torna la gioia ma contemporaneamente si affaccia la consapevolezza di essere stati protagonisti di qualcosa di più grande della realtà stessa. Maria Lucia si è subito resa conto che la grandezza del dono ricevuto avrebbe portato con sé grandi responsabilità: il dovere della testimonianza, la tutela del suo bambino, ma soprattutto la reazione disomogenea della gente che nella sofferenza non ha potuto godere del suo stesso dono...

“ Ora sono passati otto anni, Matteo è un ragazzo di 15 anni sano e sereno ma nessuno potrà mai togliergli dal cuore e dal corpo, il ricordo della sua grande esperienza. Ogni volta che osservo quel che oggi rimane delle sue cicatrici, “ il timbro di Dio”, come io le definisco, mi ricordo il dolore di quei giorni e quanto avrei voluto soffrire io al suo posto. Nei primi mesi dopo la malattia, Matteo non si è accettato subito, sentiva il peso di quelle cicatrici. Ricordo che proprio durante l’estate del 2000 ci trovavamo in una località di mare vicino San Giovanni e Matteo, avendo visto dei tappeti elastici dove molti bambini stavano saltando, volle andarci anche lui. Aveva i pantaloncini corti e non appena gli altri bambini videro quelle gambine martoriate scapparono gridando che tra loro c’era un mostro. Matteo scoppiò in lacrime e corso da me, cominciò a mordermi per la vergogna e la rabbia che provava. Sempre durante quell’estate un bambino gli chiese addirittura se lui fosse Matteo, il bambino che era morto.

E’ stato molto difficile ritrovare un equilibrio, sia per noi, che per Matteo che si è trovato catapultato in un contesto molto complicato per un bambino della sua età: la gente lo fermava, lo voleva baciare, gli chiedeva di pregare e lui non capiva. Arrivavano telefonate a casa da tutta Italia, gente che trovando il nostro numero sull’elenco, ci chiamava per chiedere al bambino “miracolato” di pregare per loro. Ma non solo, mio figlio, all’età di 8 anni, nel gennaio 2001, venne anche interrogato all’interno del processo Diocesiano per la causa di canonizzazione di Padre Pio. Come madre mi è stato difficile accettare, non volevo fargli vivere una situazione più grande di lui, ma come credente lo reputavo giusto perché il suo miracolo è stato proprio quell’ ultimo necessario per sancire la santificazione di Padre Pio”.

Maria Lucia ancor’oggi sente il dovere di rendere grazie, in sé ha la spinta di una mamma che non vuole dimenticare un dono così grande...” Mio marito a differenza di me ha sempre cercato di dimenticare, godersi la gioia e gettarsi tutto il dolore alle spalle, ma  io non ce l’ho fatta. Ho subito mantenuto la promessa fatta a Padre Pio durante il calvario di mio figlio. Gli dissi: Se mi farai questo dono, m’impegnerò per aiutare chi soffre. E così è stato: ho fondato “ Il Cireneo” un’associazione che aiuta i disabili, un centro di ascolto, di accoglienza e di preghiera per tutti coloro che soffrono. Il miracolo ti apre un contatto con l’aldilà difficile da spiegare alla gente, non tutti capiscono, non tutti sono in grado di capire quanto sia importante la testimonianza: tanta gente è diffidente, c’è stato persino chi credeva che io, andando in televisione per testimoniare, ricevessi dei soldi. Purtroppo quando si vive una così grande responsabilità è molto difficile anche rapportarsi con il dolore della gente. Ho conosciuto la sofferenza e quando mi trovo di fronte a quella degli altri mi sento in colpa, totalmente impotente. Oggi non posso permettermi neanche di andare a determinati funerali, troppe volte mi sono sentita dire: Perché a voi sì e a noi no? Io non so mai cosa rispondere. C’e’ un episodio che non scorderò mai. Mi trovavo all’interno di un gruppo di preghiera e una signora mi disse: mio figlio è morto, anche noi abbiamo pregato ma mio figlio non c’è più, forse perché tu sei stata degna e io no...Quelle parole mi gelarono il sangue...Ogni volta non so mai che rispondere e ogni giorno mi chiedo: Sto facendo abbastanza? È troppo? O troppo poco? E’ giusto il modo in cui io ringrazio il Signore per avermi ridato mio figlio?